Almanacco Internazionale - call for translators #2

Una “rivoluzione tranquilla” nelle lettere basche: tre poesie di Kirmen Uribe 


Introduzione e traduzioni a cura di Federico Carciaghi, 
vincitore della nostra seconda Call for Translators per la lingua spagnola


Kirmen Uribe (1970), originario di una famiglia di pescatori di Ondarroa, in Biscaglia, è una delle voci più promettenti della letteratura basca e iberica. Il suo volume d’esordio, la raccolta di poesie Bitartean heldu eskutik (Mientras tanto cógeme la mano – “Nel frattempo prendimi la mano”) ha rappresentato, nelle parole del critico Jon Kortazar, una “rivoluzione tranquilla” nelle lettere basche. Un linguaggio poetico semplice si unisce a un andamento narrativo che intreccia elementi autobiografici, memoria storica, realismo e intimismo. Nel 2002 il libro ha vinto il Premio Nazionale della Critica e, due anni dopo, è stato incluso nella prestigiosa collana di poesia della casa editrice Visor. Successivamente, il volume è stato tradotto in francese e in inglese, e in un secondo momento in catalano e russo. La traduzione in inglese, Meanwhile, Take my Hand (2007), a cura della poetessa americana Elizabeth Macklin, è risultata finalista negli Stati Uniti nella sezione Poetry in Translation del del PEN Award.

Attualmente, Kirmen Uribe risiede e insegna scrittura creativa negli Stati Uniti, a New York, dove la sua poesia è molto conosciuta e apprezzata. A tal riguardo, viene subito in mente l'immagine del poeta a New York usata da Lorca per definire lo scrittore basco. Tuttavia la poliedricità e il carattere ibrido dello stile di Uribe portano l’autore ad auto-definirsi a più riprese non soltanto come poeta, bensì come scrittore a tutto tondo: “Soy un escritor vasco en Nueva York”. Il passaggio alla narrativa inaugurato con la pubblicazione del romanzo Bilbao-New York-Bilbao ha figurato, infatti, la creazione e il mantenimento di una cifra stilistica che fa della contaminazione la sua caratteristica principale. Uribe si muove nello spazio bianco fra i generi, per cui la prosa diventa poesia e la poesia diventa prosa. Nella sua scrittura non vi è, tuttavia, ricerca di virtuosismo o di un forzato innalzamento del registro. L’autore basco si affida, al contrario, a un linguaggio semplice e chiaro che trasmette la realtà delle cose quotidiane. I Paesi Baschi sono molto presenti nella sua scrittura e nel suo immaginario, tuttavia Uribe crea ponti, raccoglie frammenti di vita e li cristallizza nella parola poetica, travalicando le frontiere linguistiche e territoriali. La poesia di Uribe è osservazione diretta, è creazione di istantanee che, una volta conservate nella nostra memoria, si verbalizzano in modo lineare ed eterno. Una poetica dello sguardo attento, che è sfociata infine nella seconda raccolta di poesie, 17 secondi (2020). Il titolo molto evocativo fa riferimento al tempo di osservazione medio che un visitatore trascorre davanti a un quadro, secondo quanto riferito all’autore da una guida del Metropolitan Museum di New York. Nasce da qui il desiderio di fissare sulla pagina la realtà, di rappresentare quel fiume vitale fatto di momenti in cui tutti possono riconoscersi. L’intimità del poeta assurge a un sentimento di universalità e comunione con il lettore. Così, la poesia diventa un mezzo per raccontare la vita che scorre, un fiume fatto di ricordi d’infanzia, eventi familiari e di sentimenti profondi che rendono vive le pagine dei libri e le fanno vibrare di emozione.




Da Mientras tanto cógeme la mano (Visor, 2004).


EL CUCO

Aquel año oyó el cuco a principios de abril.

Tal vez, porque estaba inquieto,

tal vez, por esa manía de ordenar el caos,

quiso adivinar en qué notas cantaba.

 

La tarde siguiente, allí estaba en el bosque,

con un diapasón, esperando.

Al rato, lo escuchó.

El diapasón no mentía:

Si-Sol eran las notas del cuco.

 

El descubrimiento se supo en todas partes.

Todos querían probar si de verdad el cuco

cantaba en esas notas.

Pero, los resultados no coincidían.

Cada uno decía su verdad.

Algunos que eran Fa-Re, otros Mi-Do.

No se ponían de acuerdo.

 

Mientras tanto, el cuco seguía cantando en el bosque.

Ni Si-Sol, ni Fa-Re, ni Mi-Do.

Como hace mil años

cantaba: Cucú, cucú




da Some Changes (1971)


IL CUCULO

Quell’anno udì il cuculo a inizio aprile.

Forse, perché era agitato,

forse, nella smania di ordinare il caos,

volle indovinare che note cantava.



La sera dopo, eccolo lì nel bosco,

con un diapason, ad aspettare.

Dopo poco, lo sentì.

Il diapason non mentiva:

le note del cuculo erano Si-Sol.



Ovunque seppero della scoperta.

Tutti volevano sapere se davvero il cuculo

Cantava con quelle note.

Ma i risultati non tornavano.

Ognuno aveva il suo parere.

Qualcuno Fa-Re, altri Mi-Do.

Non trovavano un accordo.


Nel frattempo, il cuculo continuava a cantare nel bosco.

Né Si-Sol, né Fa-Re, né Mi-Do.

Come mille anni fa

Cantava: Cucù, cucù.





EL RÍO

En otro tiempo hubo un río aquí,
donde ahora hay bancos y losetas.
Hay más de una docena de ríos bajo la ciudad,
si hacemos caso a los más viejos.
Ahora es sólo una plaza en un barrio obrero.
Y tres chopos son la única señal
de que el río sigue ahí abajo.

En cada uno de nosotros hay un río oculto
a punto de desbordarse.
Si no son los miedos, es el arrepentimiento.
Si no son las dudas, la impotencia.

Un viento del oeste azota los chopos.
La gente avanza a duras penas.
Desde el cuarto piso una mujer mayor
está tirando ropa por la ventana:

tira una camisa negra

y una falda de cuadros
y un pañuelo de seda amarillo y unas medias
y aquellos zapatos que llevaba
el día de invierno que llegó del pueblo.
Unos zapatos de charol, blancos y negros.
En la nieve, sus pies parecían avefrías congeladas.

Los niños echan a correr tras la ropa.
Al final, ha sacado su vestido de boda,
se ha posado sobre un chopo, torpemente,
como si fuera un pájaro grande.

Se oye un gran ruido. Se asustan los transeúntes.
El viento ha arrancado de cuajo uno de los chopos.
Las raíces del árbol parecen la mano de una mujer mayor,
que espera que cuanto antes otra mano la acaricie.



IL FIUME

 

Un tempo c’era un fiume qui,

dove ora ci sono panchine e mattonelle.

Ci sono più di dieci fiumi sotto la città,

se ascoltiamo i più anziani.

Ora è solo una piazza di un quartiere popolare.

E tre pioppi sono l’unico segno

Del fiume che scorre ancora lì sotto.


Dentro ognuno di noi c’è un fiume nascosto

Che sta per straripare.

Se non sono le paure, è il rimorso.

Se non sono i dubbi, l’impotenza.


Un vento dell’ovest sferza i pioppi.

La gente avanza a malapena.

Dal quarto piano una donna anziana

tira vestiti dalla finestra:

tira una camicia nera e una gonna a quadri



Da 17 segundos (Visor, 2020)


OCULTA

Under my window, a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Seamus Heaney



Mi madre suele estar oculta siempre que voy a visitarla.
Suele estar en el garaje, o en el desván,
o dando un paseo por el monte con los perros.


Yo la llamo en voz alta
y, por un momento, me estremezco
esperando a oír su voz.


Mi madre no me deja entrar en casa de inmediato.
Me agarra del brazo y me lleva hacia el huerto.
Como siempre, me pregunta: «¿Qué ha cambiado?».


«Qué sé yo…», le contesto para ganar tiempo,
mientras al mismo tiempo miro y remiro,
por todas partes, qué será lo que está distinto.


Suele ser que ha podado las rosas,
o que ha pintado de blanco la caseta del perro.
Para ella, el trabajo de una semana;
para mí, un momento de atención.


Mi madre, nacida en los años del hambre, aquella niña
que, cuando llovía, se quedaba en casa sin ir a la escuela,
porque sin zapatos adecuados podía enfermar.


Por eso, toda la vida le han gustado los cambios
a aquella mujer que, de joven, quiso
transformar la sociedad de arriba abajo.


De aquella generación que, en los tiempos más oscuros
y a escondidas, conservó la lengua vasca.
Al fin, me deja entrar en casa,


y hace que se regrese a la infancia
mediante el sabor de sus platos, y porque
es la única que aplaca mis temores.


Al despedirnos me dice que la próxima vez
no me olvide de llevarle un libro, que no hay libros nuevos
en la estantería, y está cansada de releer los que hay.


Subo al coche y considero la pregunta de mi madre:
«¿Qué ha cambiado?», esos crueles cambios que,
como las arrugas, aparecen sin que nos demos cuenta.


Será que últimamente la veo más cansada,
será que también yo estoy cada vez más solo.
Yo no quiero que nada cambie.


Querría seguir siempre visitando a mi madre,
e intentar acertar su adivinanza,
tomados del brazo y caminando por la huerta.








NASCOSTA

Sotto la mia finestra, un suono stridulo e preciso

Quando la vanga affonda nel campo ghiaioso:

Mio padre che scava. Guardo in basso

Seamus Heaney



Mia madre si nasconde ogni volta che vado a trovarla.

Di solito si trova in garage, o in soffitta,

o nel bosco a fare una passeggiata con i cani.


Io la chiamo a voce alta

E, per un attimo, fremo

sperando di sentire la sua voce.


Mia madre non mi fa entrare in casa subito.

Mi prende per un braccio e mi porta nell’orto.

Come sempre, mi chiede: “cos’è cambiato?”.


“Che ne so…”, rispondo per prender tempo,

e allo stesso tempo guardo e riguardo,

ovunque, cosa sarà ad essere cambiato.


Di solito ha potato le rose,

o ha dipinto di bianco la cuccia del cane.

Per lei, il lavoro di una settimana;

per me, un attimo di attenzione.


Mia madre, nata in anni di povertà, una bambina

Che, quando pioveva, restava a casa senza andare a scuola,

perché senza le scarpe adatte poteva ammalarsi.


Perciò, le sono sempre piaciuti i cambiamenti

A quella donna che, da giovane, volle

Trasformare la società da capo a piedi.


Di quella generazione che, negli anni più bui

E di nascosto, custodì la lingua basca.

Infine, mi fa entrare in casa,


e mi fa rivivere l’infanzia

grazie al sapore dei suoi piatti, e perché

è l’unica che placa i miei timori.


Salutandoci mi dice di non dimenticarmi

di portarle un libro la prossima volta, ché non ha libri nuovi

Nella libreria, ed è stanca di leggere sempre i soliti.


Salgo in macchina e penso alla domanda di mia madre:

“Cos’è cambiato?”, quei cambiamenti crudeli che,

come rughe, appaiono senza accorgercene.




Sarà che la vedo più stanca ultimamente,

sarà che anche io sono sempre più solo.

Non voglio che cambi niente.


Vorrei sempre andare a trovare mia madre,

e provare a scoprire il suo segreto,

mano nella mano mentre camminiamo per l’orto